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“Le Bugie Sepolte Nel Mio Giardino”: la recensione del thriller psicologico di Kim Jin Yeong


recensione le bugie sepolte nel mio giardino - giunti

Le Bugie Sepolte Nel Mio Giardino” è stato il primo romanzo thriller del 2025 a catturare la mia attenzione.

E… cosa posso dire? Si è trattato certamente di un colpo fortunato, poiché l’ho trovato intrigante e super-coinvolgente! Un titolo dal ritmo incandescente, che riesce ad ammaliare soprattutto in virtù del curatissimo profilo psicologico dei suoi personaggi e della graffiante intelligenza con cui affronta le sue tematiche.

Un libro che, grazie all’adrenalinico taglio cinematografico delle sue scene e ai suoi numerosi rimandi letterari, ha tutte le carte in regola per attirare un pubblico ampio e trasversale, non necessariamente confinato ai soli fedelissimi delle storie ad ambientazione asiatica…


La trama

Ju-ran è convinta di vivere la vita perfetta. A quasi quarant’anni, ha raggiunto tutti gli obiettivi che la sua società considera importanti: un marito medico, disposto a concederle ogni più insignificante capriccio; un figlio belloccio che se la cava bene in matematica; una splendida casa con giardino in un quartiere benestante…

Un giorno, però, Ju-ran inizia a prendere coscienza dello sgradevole odore dolciastro che si insinua dalle finestre. Un fetore che sembra provenire da quella stessa aiuola che suo marito, Jae-ho, pare intenzionato a coltivare con tanta cura.

Jae-ho cerca in ogni modo di convincerla a lasciar perdere. Tuttavia Ju-ran, turbata da uno strano presentimento, inizia a lasciarsi ossessionare dal miasma che aleggia nel suo giardino. Finché, un giorno, la donna non decide di armarsi di pala e di iniziare a scavare…

Sotto uno strato di terra brunastra, Ju-ran rinviene il dito di una persona.

Nello stesso momento, dall’altra parte della città, la spregiudicata Sang-eun affronta le conseguenze di una vendetta che potrebbe costarle ogni cosa. E’ povera, vedova e incinta, e sua madre sta rapidamente perdendo ogni contatto con la realtà a causa di una gravissima malattia degenerativa.

Eh, sì… Il destino ha dispensato a Sang-eun una mano particolarmente sfortunata!

Ma, del resto, una donna come lei – costretta a vendere materassi per sopravvivere, e a ingoiare ogni giorno migliaia di torti e soprusi con un rigido sorriso sulle labbra – ha sempre saputo la verità: il mondo non è un posto gentile con le persone deboli.

Per fortuna, Sang-eun non ha mai nemmeno saputo cosa sia, la debolezza…


Le Bugie Sepolte Nel Mio Giardino“: la recensione

Le Bugie Sepolte Nel Mio Giardino” si pone al crocevia fra thriller psicologico e domestic thriller.

Per trama, velocità narrativa e qualità dei colpi di scena potrebbe ricordare, secondo me, grandi bestseller internazionali del calibro de “La Ragazza del Treno” di Paula Hawkins; ma i suoi personaggi ti fanno pensare anche – e, forse, soprattutto – a certi pungenti romanzi satirici di Gillian Flynn o Sarah Pinborough.

L’amore bugiardo di un matrimonio – anzi, due – come metafora di una società che sembra sempre più pronta a collassare su se stessa, nel narcisistico sforzo di replicare i propri feticci a discapito di ogni morale, legge o semplice buon senso.

Le due protagoniste de “Le Bugie Sepolte Nel Mio Giardino” brillano di un’energia oscura, magnetica, che ti costringe a tifare per loro nonostante la loro deliberata (e innegabile) sgradevolezza. Le loro voci narranti, irresistibili e ben distinte, spalancano una doppia prospettiva sugli eventi, alternando momenti di autentico shock ad altri di profonda, intima e quasi rammaricata comprensione.

Ju-ran, dopotutto, è una donna frivola, superficiale e ipocrita, ma è anche disposta a rinunciare alla sua vita “ideale” pur di svelare la verità; rivelandosi, a più riprese, totalmente incapace di tornare al suo ruolo di mogliettina devota e di “mollare il colpo”….

Sang-eun, d’altro canto, è manipolatoria, ambiziosa e distaccata… ma la bambina che porta in grembo la induce a cedere agli sporadici assalti della sua coscienza, alla faccia di tutti i suoi tortuosi complotti e della sua fame di riscatto.

Nessuna delle due si rende conto, ovviamente, del tormento dell’altra.

Del resto, lo sappiamo tutti come funziona, no?

L’erba del giardino degli altri splende sempre come una cometa, quando ci arroghiamo il privilegio di osservarla da una certa distanza…


«Basta scavare… Non è poi così difficile!»

Come promette la sinossi riportata in quarta di copertina, la brillante scrittrice e sceneggiatrice Kim Jin Yeong riesce a evocare per noi un’ambientazione che tira palesemente in ballo i conflitti sociali e l’abissale divario fra ricchi e poveri di “Parasite“… ma anche le tematiche femministe, la guerra fra i sessi, l’allucinata desensibilizzazione mediatica che ci ha portato a sostituire il concetto di “etica” con quello di “estetica” (e a compiacerci di noi stessi per l’aberrante errore).

L’autrice non cerca di affrontare i punti nevralgici del suo intreccio con un particolare livello di raffinatezza; in effetti, potrei citarti almeno un paio di scene in cui rifiuta palesemente di andarci giù per il sottile (basti pensare alla rievocazione della prima notte di sesso fra Ju-ran e il futuro marito Jae-ho). Ma si tratta di una “schiettezza” sapientemente calibrata, del tutto aderente agli scopi della narrazione, che ha senz’altro il potere di enfatizzare il messaggio e rendere ancora più magnetica la lettura.

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“You’re Dead To Me”: la recensione del libro YA di Amy Christine Parker


you re dead to me recensione - amy christine parker

You’re Dead to Me“, dell’autrice veterana Amy Christine Parker, è un thriller YA che appoggia la maggior parte del peso della sua struttura su due tecniche principali: il cliché e l’effetto jumpscares.

Il risultato è un romanzo dal taglio, a mio avviso, piuttosto mediocre. Soprattutto dal momento che i personaggi si rivelano tragicamente unidimensionali e l’intreccio, pur nel suo vago retrogusto cinematografico, commette l’errore di concedere al lettore un’eccessiva quantità di indizi prematuri, svelando la propria mano troppo presto e compromettendo la riuscita dei principali colpi di scena.

Se hai meno di quattordici anni, i numerosi cliffhanger e twists sparpagliati per tutta la trama potrebbero anche riuscire a prenderti per la gola. In caso contrario… Che ne diresti di un bel rewatch compulsivo di “Gossip Girl“, piuttosto? ;D


La trama

Ruby frequenta la prestigiosa Oleander High School, un’accademia a cui ha avuto accesso grazie a una borsa di studio. In realtà, la sua mamma single annega in un mare di guai finanziari a causa delle conseguenze di un matrimonio sbagliato e della fallimentare attività di famiglia, un parco acquatico/zoo sull’orlo della chiusura.

La maggior parte degli studenti tratta Ruby con condiscendenza a causa delle sue origini. Questo, ovviamente, la indispone profondamente; soprattutto dal momento che l’elite cittadina sembra sempre pronta ad approfittarsi di chiunque si trovi in una posizione più debole per continuare a rimpinguarsi il portafogli.

Ruby attua la sua vendetta attraverso il famoso account locale di gossip, ReputationKiller. Ma quando salta fuori che è lei la responsabile della “caduta” di diversi nomi prominenti in città, l’intera comunità si rivolta contro di lei.

Tuttavia, soltanto nel momento in cui una terrificante visione del suo suo stesso fantasma, avvolto in un abito da ballo impregnato di sangue, si manifesta davanti ai suoi occhi, Ruby inizia a capire fino a che punto la sua situazione personale stia diventando drammatica.

Perché più di una persona ha giurato vendetta contro di lei. E Oleander Bay non è affatto quella pittoresca, tranquilla cittadina da cartolina che si sforza di sembrare.

Qualcuno ha deciso di uccidere Ruby. E, con così tanti segreti, scandali e colpi di scena in ballo, il suo aspirante assassino potrebbe essere, letteralmente… chiunque.


You’re Dead to Me“: la recensione

Fra le (poche) cose che mi sono piaciute di “You’re Dead to Me“, non posso fare a meno di citare la sua torrida, assolata ambientazione: dopotutto, non ho letto tantissimi thriller per ragazzi ambientati nelle Everglades, il caratteristico ecosistema umido e paludoso della Florida.

Coccodrilli e acquitrini giocano un ruolo di primo piano all’interno del romanzo di Amy Christine Parker. E intendo questo da un punto di vista letterale, quanto simbolico, dal momento che l’intreccio pullula di alligatori in giacca, Rolex e cravatta e di pantani traboccanti di menzogne!

Se ti piacciono le storie plot-driven, sospetto che potresti apprezzare anche l’inenarrabile concentrazione di colpi di scena e la catena di morti a casaccio, in perfetto stile slasher, che l’autrice collega all’improbabile subplot di un serial killer mascherato a spasso per la città.

Per quanto mi riguarda, ho avuto la netta impressione che l’autrice stesse cercando di mettere sul fuoco più carne di quanta fosse in grado di masticarne – fra oscuri segreti famigliari, turpi apparizioni di ragazze dai capelli gocciolanti e cloni imbranati di Ghostface – e che la narrazione mancasse drammaticamente di focus.

Probabilmente perché la protagonista di “You’re Dead to Me” è una delle eroine YA più anonime e deludenti di cui abbia letto ultimamente. Non c’è davvero modo di coinvolgere il lettore negli sviluppi del suo “viaggio interiore”; quando la sua caratterizzazione si basa, essenzialmente, su un grappolo di stereotipi presi in prestito da questo o quell’altro trascurabile personaggio televisivo…

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“What the Woods Took”: la recensione del libro horror di Courtney Gould


what the woods took recensione - courtney gould

What the Wood Took”, di Courtney Gould, è un survival horror che racconta le peripezie di un gruppo di adolescenti problematici costretti a partecipare a un programma di cura sperimentale conosciuto come “wilderness therapy“.

Una sorta di “trattamento” che consiste nel trascinare nei boschi i ragazzi affetti da disturbi mentali, da problemi di dipendenza o difficoltà comportamentali. L’idea è di isolare questi “pazienti” dalle loro famiglie e dai loro affetti, in modo tale da porre un freno alle loro “abitudini negative“, per poi coinvolgerli in lunghe marce in mezzo agli alberi e insegnare loro svariate tecniche di sopravvivenza.

Ovviamente, non esistono prove scientifiche a sostegno della validità di una terapia d’urto di questo tipo. In compenso, sappiamo per certo che alcuni ragazzini sono morti, mentre altri hanno subito traumi e terribili abusi, nel corso di questi exploit.

Il romanzo YA di Courtney Gould riesce a mettere in luce tutte queste controversie e a denunciare chiaramente gli orrori della wilderness therapy; fortunatamente, senza rinunciare al piacere della narrazione e a una sana dose di tensione psicologica in stile “Yellowjackets”


La trama

Devin Green si sveglia nel bel mezzo della notte e sorprende due uomini nella sua camera da letto. La ragazza è abituata a lottare fin dalla più tenera età, ed è esattamente quello che si accinge a fare in questa occasione… almeno fino a quando non si rende conto che i suoi genitori affidatari non hanno alcuna intenzione di aiutarla.

Anzi, sono stati proprio loro a invitare quegli sconosciuti in casa sua. Il rapimento di Devin è stato programmato con cura; tutti i membri della sua famiglia temporanea sembrano esserne al corrente, salvo la stessa Devin.

Gli uomini la trascinano nel vano posteriore del loro furgoncino e la conducono nelle profondità dei boschi dell’Idaho. Qui, Devin viene scaraventata in un cerchio formato da alcuni coetanei, altrettanto confusi e storditi dalla recente catena di avvenimenti.

Finalmente, due consulenti dall’aria energica rivelano ai ragazzi il loro imminente destino: saranno i partecipanti di un nuovo programma di terapia sperimentale!

Se riusciranno a liberarsi delle loro abitudini auto-distruttive e a sopravvivere a un’escursione della durata di cinquanta giorni, emergeranno dall’esperienza come una versione migliorata di se stessi. “Guariti”, in poche parole. Così, almeno, raccontano i consulenti.

Devin è determinata a fuggire. E’ anche decisa a ignorare Sheridan, la bulla dai capelli color lavanda. Una giovane affascinante ma enigmatica, che non perde occasione per bersagliare gli altri di battute crudeli e prendersi gioco di ogni singolo esercizio del programma.

Ma c’è qualcosa di strano nella boscaglia: facce inumane che si materializzano fra le cortecce, visioni di persone provenienti dal passato che sfrecciano attraverso il fogliame…

Ed è così che, quando i campeggiatori si svegliano e scoprono che gli unici due adulti del gruppo sono scomparsi, la terapia si trasforma nel minore dei loro problemi…


What the Woods Took“: la recensione

Non mi sorprende che “What the Woods Took” sia un romanzo indie. Oggettivamente parlando, si tratta di un ottimo horror per ragazzi. Ho amato profondamente la seconda parte del libro e mi sono follemente innamorata di tutti i personaggi, senza tralasciare la suggestività dell’atmosfera o l’importanza delle sue tematiche.

Il livello di cura che Courtney Gould riversa nella definizione della caratterizzazione psicologica dei suoi protagonisti, poi, è stellare, praticamente inaudito in un romanzo YA! Tant’è che ciascuno di loro si presenta sul “set” della storia armato di una ferita emotiva profonda, di una backstory coinvolgente e di una personalità travolgente.

Da questo di vista, fra l’altro, “What the Woods Took” può essere davvero considerato come il romanzo ideale da consigliare ai fan dei teen-drama. Più “The Wilds” che “Lost“, il romanzo di Courtney Gould riesce ad affrontare le ordalie dell’adolescenza da un punto di vista inedito e a esplorare le mille complessità dell’amicizia.

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“How To Flirt With a Witch”: la recensione del paranormal di Tiana Warner


how to flirt with a witch recensione - tiana warner

How To Flirt With a Witch” è il libro che ci insegna a flirtare con una strega…

Un’operazione piuttosto facile, in realtà: basta trasferirsi a Vancouver, procurarsi un gatto stregato e dimostrare di avere la capacità di captare le maledizioni che pendono su parecchi oggetti inquietanti sparpagliati ai quattro angoli della città.

Questo, almeno, è il metodo collaudato e garantito da Katie, la protagonista del nuovo paranormal romance di Tiana Warner uscito a fine dicembre 2024…


La trama

Da quando ha iniziato l’università a Vancouver, la più grande preoccupazione di Katie è stata quella di trovare il suo posto e riuscire a inserirsi nella vita di questa grande, brulicante città.

Almeno fino a quando non le è capitato di adottare una gattina afflitta da una terribile maledizione.

La sua sfortuna la porta a incontrare Natalie, una bellissima “veterinaria” che, in realtà, è una strega. Il vero lavoro di Natalie, infatti, consiste nel fare in modo che la magia oscura resti sempre sotto controllo. Di regola, i “civili” non dovrebbero immischiarsi negli affari delle streghe. Salta fuori, però, che Katie possiede l’inspiegabile dono di percepire le maledizioni.

Quando viene introdotta in una congrega super-segreta di streghe e in un pericoloso mondo di incantesimi letali, Katie è determinata a usare le suo doti speciali per aiutare Natalie a svolgere meglio il suo lavoro. Natalie, dal canto suo, desidera soltanto tenere Katie al sicuro.

Ma anche la sinistra famiglia Madsen si sta dando da fare per scovare la magia proibita, e i suoi membri faranno qualsiasi cosa, pur di mettere le mani su questo ambito serbatoio di potere allo stato grezzo.

Mentre lavorano insieme per tenere il mondo al sicuro delle maledizioni e dall’avidità dei Madsen, Katie e Natalie si scoprono legate da un’attrazione proibita, quanto impossibile da ignorare…


How To Flirt With a Witch“: la recensione

Non mi capita spesso di leggere titoli autopubblicati e messi a disposizione sul Kindle Unlimited.

Non certo per una questione di spocchia o pregiudizi personali: è solo che le uscite “tradizionali” si rivelano sempre così golose e variegate (tenendo da conto sia quelle in italiano, sia quelle in lingua inglese…) che già così, a livello mensile, a malapena mi resta il tempo di mandare giù qualche fumetto e una decina di film. Se cominciassi a spulciare il catalogo del Kindle Unlimited su base regolare, so già che impazzirei nel (vano) tentativo di seguire tutto…

E’ dai tempi dell’uscita di “Ice Massacre“, però, che il nome di Tiana Warner non è più uscito dai miei radar. E l’idea di leggere un paranormal a tema “sapphic” mi ispirava un sacco, così… Alla fine, non ci ho pensato più di tanto e ho semplicemente acquistato la mia bella copia di “How To Flirt With a Witch“!

Il romanzo segna l’inizio di una nuova serie, a metà strada fra action e romance. Il subplot romantico, infatti, ha sicuramente un’importanza centrale, ma non totalizzante: la trama risulta piuttosto articolata e ricca di inventiva, oltre che contrassegnata da una vivida mitologia e scandita da tantissimi colpi di scena


Da “Annabelle” a “Jurassic World

Il taglio cinematografico di “How To Flirt With a Witch” rappresenta, del resto, una delle qualità inconfutabili del romanzo di Tiana Warner.

Già primo capitolo si apre con una buffissima scena in stile campy horror; il resto del plot balza agevolmente da una suggestione filmica all’altra, citando i cult “Buffy: L’Ammazzavampiri” e “Underworld“, ma anche i franchise “Annabelle“, “Piccoli Brividi” e “Jurassic Park“. L’effetto raggiunge il suo picco durante la prima parte del romanzo, secondo me, e poi un nuovo apice nel corso dell’adrenalinico, divertentissimo finale.

How To Flirt With a Witch” è, chiaramente, quel genere di libro che divori quando sei a caccia di un po’ di sano intrattenimento a buon mercato; la stessa ragione che ti induce a guardare show tipo “The Vampire’s Diary” o “Supernatural“. Chiaramente, non è che puoi aspettarti personaggi particolarmente sfaccettati dal punto di vista psicologico, o un senso dell’umorismo sofisticato.

Ma la Warner scrive veramente bene! Tant’è che, in questo suo nuovo lavoro, riesce a sfruttare questa sua insolita “padronanza tecnica” per regalarci una voce narrante coinvolgente e un plot che riesce a giocare piacevolmente con tutte le principali convenzioni del genere…

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“Death at Morning House”: la recensione del mistery YA di Maureen Johnson


death at morning house recensione - maureen johnson

Death at Morning House”, il nuovo mistery YA di Maureen Johnson, ha ottenuto moltissime recensioni positive. Stavolta, però, temo che mi toccherà interpretare il ruolo dell’avvocato del diavolo: dal canto mio, ho trovato questo libro abbastanza noioso e prevedibile!

Soprattutto, non mi hanno convinto i personaggi, mentre il finale del romanzo mi ha completamente lasciato a bocca aperta… e, purtroppo, non nell’accezione positiva dell’espressione!


La trama

Non è colpa di Marlowe Wexler se le candele aromatizzate sono più pericolose di quanto annuncino i rivenditori online! Lei voleva soltanto assicurarsi che il suo primo appuntamento romantico con Akilah, la ragazza di cui Marlowe è stata innamorata per anni, procedesse nel migliore dei modi. Come avrebbe potuto sapere che il suo tentativo di creare la giusta atmosfera si sarebbe trasformato in un incendio in grado di compromettere il resto della sua estate?

Umiliata e depressa, Marlowe decide di accettare un nuovo lavoretto delle vacanze. Parte così per Morning House, una magione costruita negli anni Venti su una remota isoletta al confine fra Canada e USA. Una sfilza di sciagure ha costretto la famiglia che ci abitava ad abbandonarla agli elementi. Ma lo Stato, adesso, ha deciso di organizzare dei tour guidati per permettere ai turisti di visitare questa casa così particolare, perfettamente in grado di riflettere la personalità eccentrica dei suoi primi abitanti.

Morning House, però, nasconde molti segreti, e più di un mistero da risolvere. E un piccolo incidente, a quanto pare, è tutto ciò che serve a innescare di nuovo l’orrore


Death at Morning House”: la recensione

Bisogna ammetterlo: i primi capitoli di “Death at Morning House” si rivelano molto simpatici e intriganti! Soprattutto perché l’intreccio, destinato a seguire un duplice mistero-con-omicidio attraverso due distinte linee temporali, parte da una premessa divertente e fa pensare a una sorta di mesh-up in chiave YA di “Knives Out” e “The Afterparty”.

Ma anche perché la voce narrante di Marlowe, tutto sommato, si rivela energica e dotata di tratti piacevolmente “goofy”. Mi è piaciuta soprattutto l’idea di creare un parallelismo in chiave ironica con i vecchi noir alla Raymond Chandler, e di provare a strappare un sorriso al lettore malgrado il tema dark e conturbante del libro.

Maureen Johnson, del resto, si sforza di fornire alla sua protagonista una personalità effervescente e squinternata. In maniera completamente randomica, ammetterò che mi ha ricordato, in parte, quella della mitica Olivia in “Alien: Echo”, un travolgente space horror firmato Mira Grant.

A dire il vero, non sono del tutto soddisfatta dei risultati raggiunti dalla Johnson da questo punto di vista. Perché, a un certo punto, mi è sembrato che i risvolti infantili e pedanti di Marlowe prendessero il sopravvento su tutte quelle qualità che avrebbero potuto permettermi, invece, di imparare a vederla come una detective competente e per cui valesse la pena fare il tifo. Ma posso, perlomeno, apprezzare il tentativo di mettere su una caratterizzazione gradevole e anticonvenzionale…

Il punto è questo: “Death at Morning House”, come molti altri romanzi mistery, è un libro plot-driven. Il che vuol dire che il focus della narrazione si concentra, quasi esclusivamente, sulla complessità dell’intreccio, sulla qualità dei falsi indizi (le famosissime “red herring”) e sulla combinazione di diversi colpi di scena.

Pur essendo ambientato negli USA, possiamo anche considerarlo un tipico giallo all’inglese: di fatto, la Johnson concede pochissimo spazio all’azione e alla contaminazione con il thriller, moltissimo ai dialoghi e all’evocazione dell’atmosfera.

Eppure, nulla di tutto questo giustifica, a mio avviso, la sporadica piattezza della narrazione e la totale assenza di un cattivo che sia, per dirla con le parole di Paolo Roversi, «non uno qualsiasi», bensì un villain all’altezza della situazione…


Anche i ricchi piangono… o, forse, no?

A dire il vero, la linea temporale ambientata negli anni Venti, quella che segue le quotidiane follie della famiglia Ralston, mi è sembrata la più riuscita e la più coinvolgente, soprattutto dal punto di vista emotivo.

Sarà perché il mistero si dipana a partire dallo sconvolgente omicidio di Max, un bambino che ci viene presentato un po’ come una sorta di Damien del film “Il Presagio“. Difficile resistere alla tentazione di scoprire cosa sia accaduto a questo terribile “marmocchio”. Soprattutto quando tutti gli indizi sembrano puntare in una direzione che non riesce mai a convincerci del tutto…

O, magari, è stata proprio la premessa a conquistarmi: il pensiero di tutti questi ragazzini-prodigio, collezionati da un miliardario (salutista e ossessionato dall’eugenetica) come se si trattasse di altrettante farfalle da mettere sotto una teca. Il tutto mentre, fuori dalle loro finestre, le ruggenti sonorità del jazz, le danze delle Flap Girls e le sfide al Proibizionismo iniziano a mettere finalmente in discussione i tradizionali capisaldi della società…

Sia come sia, ho trovato la risoluzione di questo mistero quantomeno disturbante, inaspettata e, nel complesso, pienamente soddisfacente. Che è molto più di quanto si possa dire, purtroppo, a proposito del finale relativo alla linea temporale di Marlowe e compagni.

Certo, non sono una grande fan dei salti di PoV a mitraglietta. Durante la lettura, il fatto che la narrazione continuasse a balzare dal punto di vista di un fratello Ralston all’altro mi ha, effettivamente, destabilizzato. Questo rappresenta, però, più che altro un problema mio: dopotutto, la tecnica di Maureen Johnson serve il plot, non l’arco trasformativo dei personaggi. E la girandola di prospettive riesce a valorizzare tutti i suoi scioccanti twists nel modo più delizioso ed elettrizzante possibile.

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“L’Ultima Ora Tra i Mondi”: la recensione del rocambolesco (e romantico) libro fantasy di Melissa Caruso


l'ultima ora tra i mondi - melissa caruso - fazi

L’Ultima Ora Tra i Mondi” è il libro che segna il debutto italiano di Melissa Caruso, autrice di saghe fantasy piuttosto apprezzate negli USA (“Swords and Fire“, “Rooks and Ruin“).

Nel primo volume della sua nuova dilogia (“The Last Hour Beetween Worlds“) seguiamo una tenace investigatrice prodigio e la sua acerrima rivale, mentre si imbarcano in uno spericolato viaggio attraverso gli strati della realtà. Il tutto, con l’obiettivo di salvare la città, il mondo, e… il loro complicatissimo, irresistibile legame di amore e odio!

Per la serie: dopo la Giunti, anche la Fazi spalanca le porte al “sapphic fantasy“… E se questa non è una piccola vittoria, amico lettore, io davvero non so come altro chiamarla!


La trama

Per la prima volta, la mamma single Kembral Thorne sta per trascorrere qualche ora preziosa lontana dalla sua bimba appena nata, Emmie, ed è determinatissima a divertirsi il più possibile al ballo per l’inizio del nuovo anno. Ma quando gli ospiti cominciano a morire come mosche, Kem non ha altra scelta: deve rimettersi al lavoro.

Sebbene la sua licenza per la maternità sia ancora valida, Kem è ancora un membro della Gilda dei Segugi, dopotutto, e non riesce proprio a fare a meno di seguire la scia del pericolo. Soprattutto quando c’è di mezzo la sua nemesi personale e professionale, la famigerata ladra Rika Nonesuch. Una donna imprevedibile e davvero esasperante, che, forse, nasconde più di un asso nella manica…

Al cuore del pandemonio, ad ogni modo, si staglia un misterioso orologio che sembra in grado di scagliare la sala da ballo in uno strano e soprannaturale strato della realtà a ogni suo nuovo rintocco.

E così, mentre il party sprofonda in una serie di versioni sempre più pericolose e distorte della metropoli di Acantis che tutti conoscono, Kem potrà contare soltanto sul suo ingegno – e su Rika – per sbrogliare il mistero, prima che la catastrofe definitiva si sguinzagli sul mondo.


L’Ultima Ora Tra i Mondi“: la recensione

Non posso farci niente, è più forte di me: ogni volta che leggo la trama de “L’Ultima Ora Tra i Mondi” penso allo Spiderverse, a Jessica Drew e alla sua pausa-maternità forzata dall’Olimpo dei supereroi!

Piccole parentesi nerd a parte, ammetto di aver accolto l’annuncio della Fazi con suprema soddisfazione: tanto più che il romanzo di Melissa Caruso è arrivato nelle librerie italiane il 19 novembre 2024, addirittura con qualche giorno di anticipo rispetto alla data d’uscita in lingua originale.

In realtà, la recensione de “L’Ultima Ora Tra i Mondi” che stai per leggere fa riferimento all’edizione UK del libro. Cerca di capirmi: ho ricevuto la mia copia del romanzo nella box mensile targata Illumicrate e mi sono talmente innamorata delle fan-art pubblicate all’interno da non riuscire più praticamente a staccare loro gli occhi di dosso…

Mi sono ripromessa, però, di auto-regalarmi per Natale anche una copia della versione in traduzione (a opera di Veronica La Peccerella). Dopotutto, sento assolutamente il bisogno di supportare, nel mio piccolo, la scelta editoriale della Fazi: ho adorato questo strampalato, caotico, caleidoscopico e super-romantico romanzo fantasy di Melissa Caruso…


A spasso nel tempo con Kem e Rika!

Come accennavo poco fa, “L’Ultima Ora Tra i Mondi” rappresenta il primo volume di una nuova dilogia chiamata “Echo Archives“.

Ma, in realtà, Melissa Caruso è un’autrice che ha già all’attivo una mezza dozzina di pubblicazioni.

Tuttavia, rispetto alle sue opere precedenti, “L’Ultima Ora Tra i Mondi” ha sicuramente un taglio molto più rocambolesco e “cinematografico”.

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“The Twisted Ones”: la recensone del folk horror di T. Kingfisher


the twisted ones recensione - t kingfisher

The Twisted Ones” funziona un po’ come un retelling in chiave moderna del racconto gotico classico “The White People” di Arthur Machen.

Nel caso in cui, prima d’ora, non avessi mai sentito parlare di questo autore gallese di inizio Novecento, bè… Sappi che sei in buona compagnia: io stessa, in effetti, facevo parte del club fino a pochissimo tempo fa!

In realtà, non ho mai nutrito un interesse spropositato nei confronti della letteratura gotica classica. Preferisco la narrativa horror contemporanea, con le sue tecniche avanzante (o, perlomeno, più adatte alla sensibilità del pubblico moderno…) e le sue tematiche d’attualità.

Ormai, mi fido abbastanza della brillante T. Kingfisher (alias Ursula Vernon) da sapere che troverò tutti gli ingredienti che cerco all’interno delle sue storie. Anche perché, se c’è una cosa che titoli come “What Moves the Dead” e “The Hollow Places” sono riusciti a insegnarmi, è che nessuno è alla pari con lei, quando si tratta di coniugare folk horror e southern gothic


La trama

Quando suo padre le chiede di andare a ripulire la gigantesca casa della sua defunta nonna, Mouse non esita a rispondere di sì. Dopotutto, che male potrebbe fare?

Moltissimo, a quanto pare. La nonna, infatti, era un’accumulatrice compulsiva, e le numerose stanze della sua magione si rivelano piene zeppe di robaccia inutile. Il che costituirebbe un fatto abbastanza orripilante, di per sé… peccato che il posto nasconda segreti ben peggiori!

Mouse, infatti, si imbatte presto nel diario del secondo marito di sua nonna. Uno scritto che, a prima vista, sembra infarcito dei deliri di un vecchio in preda a un episodio maniacale… almeno fino a quando Mouse non incontra, nei boschi che circondano la casa, una delle terribili creature descritte nel diario.

Sola col suo cane, Mouse si ritrova quindi a fronteggiare una serie di terrori impossibili… perché, a volte, gli incubi che credevi irreali si dimostrano pronti ad appostarsi davanti alla soglia di casa tua.

E non è sempre detto che tu riesca a cavartela per raccontare a qualcuno la tua storia.


“The Twisted Ones”: la recensione

Di solito, la dissacrante vena comica di T. Kingfisher e le sue amate campy vibes tendono a impedire alle sue storie di acquisire delle tonalità eccessivamente gory o dark. E, in un certo senso, questa teoria si applica anche nel caso di “The Twisted Ones”.

Bisogna ammettere, però, che questo specifico romanzo della Kingfisher risulta ammantato da una patina più disturbante del solito, in grado di rendere alcune scene particolarmente inquietanti sotto il profilo psicologico.

Il brivido che ti percorre leggendo “The Twisted Ones” è di natura insidiosa, sottile, malgrado l’evidente (e del tutto deliberata) mancanza di raffinatezza dal punto di vista stilistico e concettuale.

In effetti, potremmo dire che la Kingfisher riesce a raggiungere il suo obiettivo primario (raccontarti una buona storia, intrattenerti e farti raggelarti il sangue…) affidandosi soprattutto alla complessità dell’intreccio e facendo in modo di tenersi bene alla larga dall’effetto jumpscares; scegliendo, in estrema sintesi, di abbracciare il fattore dell’immersività (fondamentale, in un portal horror di questo tipo…) e varie tecniche in grado di aumentare l’empatia del lettore nei confronti di Mouse, protagonista e voce narrante del romanzo.


Luci e ombre dal profondo Sud

Se hai letto “Nettle and Bone: Come Uccidere un Principe“, o un qualsiasi altro romanzo di T. Kingfisher, sai già che questa pluripremiata autrice americana eccelle nell’arte della tecnica del ritratto: i suoi personaggi – deliziosamente eccentrici, pittorescamente surreali – tendono a sfidare l’abilità del lettore di sospendere la propria incredulità nel senso più entusiasmante e positivo dell’espressione!

Mi è piaciuta tantissimo Mouse, la editor freelancer dall’inseparabile pick-up, la verve spigliata e le continue “freddure” alla Chandler Bing; soprattutto, però, ho sviluppato un’autentica venerazione nei confronti della mitica Foxie, questa anziana, irresistibile, indomabile valchiria del Sud, che incarna un po’ la quintessenza di tutto quanto c’è di buono, tenace e anticonvenzionale negli Stati rurali del profondo meridione degli Stati Uniti.

Un territorio vasto e, indubbiamente, afflitto da gravi problematiche a livello sociale e culturale (razzismo, misoginia, bigottismo, omofobia, ignoranza ecc.) che gli scritti della Kingfisher non cercano minimamente di nascondere.

Il Sud di cui narrano libri come “The Twisted Ones” o “The Hollow Places”, però, risulta anche popolato da tantissimi eroi sui generis: gente comune, per lo più, semplice, onesta, “speciale”, che rifiuta con così tanta tenacia di conformarsi agli stereotipi sociali, continuando a lottare per ciò che è giusto, da indurti a ritrovare tutta la fiducia che pensavi di aver perso nell’umanità.

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“Daughter Of The Bone Forest”: la recensione del romantasy di Jasmine Skye


Daughter of the Bone Forest recensione - Jasmine Skye

Non si sta parlando neanche remotamente abbastanza di “Daughter Of The Bone Forest” di Jasmine Skye, e nulla mi toglierà mai dalla mente questa semplice verità.

Eppure, nonostante si tratti di un romanzo d’esordio, ti assicuro che il primo volume della dilogia “Witch Hall” si è rivelato davvero buono: avvincente, scorrevole, ravvivato da tematiche interessanti e corredato da un sistema magico che rispetta ogni singola Regola della Magia di Brandon Sanderson.

Come potrebbe – e, soprattutto, perché mai dovrebbe – un affezionato lettore di YA commettere l’errore di non aggiungere questo titolo in wish-list?

Certo, a patto di amare gli animali. E il trope dell’accademia magica. E l’estetica della “dark forest“. Ma siamo onesti… chi è che non stravede per queste cose? ;D


La trama

Rosy è un famiglio delle ossa, dotata del potere di trasformarsi in animale. Trascorre la maggior parte dei suoi giorni all’interno della Foresta delle Ossa, prendendosi cura di sua nonna, una veterana dell’esercito che tende a sprofondare spesso in uno stato aggressivo e ferale.

La nonna ha insegnato a Rosy che nascondere l’entità dei suoi poteri è l’unico modo per restare al sicuro e assicurarsi di evitare la coscrizione nell’esercito del Re delle Streghe. E Rosy è fin troppo felice di compiacere la nonna… almeno fino a quando la Principessa Shaw, unica figlia ed erede del Re, non si reca in visita nella Foresta.

Non appena Rosy salva la vita di Shaw, la principessa – una potente necromante – le offre la possibilità di frequentare la prestigiosa Witch Hall, una scuola di magia riservata all’istruzione delle streghe e dei loro famigli.

Nonostante si trovi a diffidare delle reali intenzioni di Shaw, Rosy non riesce a resistere alla tentazione offerta da un’opportunità del genere: dopotutto, a Witch Hall potrebbe essere disponibile l’unica cura esistente contro gli episodi maniacali di sua nonna…

Tuttavia, una volta giunta all’accademia, Rosy si ritrova invischiata in giochi politici che non è in grado di comprendere. Shaw vorrebbe che la ragazza entrasse a far parte del suo entourage, o addirittura che si legasse a lei, diventando il suo famiglio e accettando di vivere e combattere al suo fianco per il resto delle loro vite.

Ma, con la minaccia di una guerra sanguinaria all’orizzonte, Rosy desidera soltanto tenersi fuori dai guai fino al giorno del diploma e trovare un modo per salvare sua nonna. Tuttavia, neppure lei può negare la crescente attrazione che prova per Shaw, o la rassicurante sensazione di calore che la magia della necromante riesce a risvegliare in lei…


“Daughter Of The Bone Forest”: la recensione

Il romanzo di Jasmine Skye va a collocarsi felicemente all’interno di molti dei nuovi trend dominanti in materia di romantasy. La sovrapposizione fra i due generi (fantasy e romance) si dimostra pienamente efficace e più che palese, dal momento che la relazione fra Rosy e Shaw (che sarà, a quanto pare, la protagonista assoluta del secondo tomo della dilogia, “Daughter of the Cursed Kingdom“…) rappresenta il cuore pulsante della narrazione.

Tuttavia, non si può negare che il “retroterra” di “Daughter Of The Bone Forest” affondi le sue radici in alcuni elementi strettamente legati al genere del fantasy classico. Tanto per cominciare, fra le sue pagine non è possibile rinvenire traccia di tutti quei contenuti sessuali espliciti che, nell’era del BookTook post-Cinquanta Sfumature di Grigio, sembrano andare tanto per la maggiore.

L’autrice predilige, semmai, giocarsi la carta dell’affinità e della compatibilità caratteriale, offrendo ai lettori il ritratto di una relazione tormentata da mille sfumature emotive e contrastata da ostacoli esterni e interni di ogni tipo.

Nel procedere su questa strada, calca la mano sulla componente avventurosa e lavora tantissimo sul worldbuilding e sul sistema magico, attualizzando la maggior parte dei tropes legati alla narrativa fantastica di stampo “tradizionale” (non per niente, Jasmine Sky cita Tamora Pierce e Robin McKinley fra le sue autrici del cuore…) ed evocando un mondo che, pur rifiutando con forza di aderire a qualsiasi forma di razzismo, misoginia o eteronormatività, le permette comunque di esplorare le universali tematiche del pregiudizio, del classismo, dell’attivismo e dell’eterna lotta del Bene contro il Male.


Una variante intrigante sul tema dei “soulmates”…

Bisognerebbe assolutamente inventare un nome per l’alternativa saffica al trope dell’“he fells first“…

Ad ogni modo, sappi che, in “Daughter Of The Bone Forest”, è Shaw, la principessa necromante, a innamorarsi per prima di Rosy, questa simpatica e rubizza “horse girl” cresciuta in un ranch e capace di trasformarsi nel più protettivo e feroce dei lupo stregati.

L’arco trasformativo di Rosy non mi ha convinto proprio al 100%, perché… Bè, senti, sono la prima a sostenere la necessità di lasciar commettere una carovana di errori a un personaggio, prima di permettergli di imparare la lezione. Ma esiste un limite oltre al quale a qualsiasi lettore viene spontaneo farsi domande circa le facoltà cognitive dell’eroe/eroina in questione… potrebbe essere meglio, per un autore, non arrischiarsi a superare quel confine.

Ho apprezzato molto, in ogni caso, la caratterizzazione di Rosy, estremamente vivida e dotata di una concretezza rarissima da trovare all’interno di un romanzo fantasy. Ancora di più mi è piaciuta l’idea di creare un mondo tutto organizzato attorno a questi simbiotici (e viscerali) legami fra strega e famiglio, che vanno un po’ a sostituire/integrarsi con il classico trope dei “soulmates” predestinati.

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“Qualcuno in cui fare il nido”: la recensione del “mostruoso” (ma bellissimo!) libro di John Wiswell


qualcuno in cui fare il nido recensione - fantasy - john wiswell

Se ti è capitato di leggere altre recensioni di “Qualcuno in cui fare il nido”, probabilmente sai già che si tratta di un libro un po’ matto.

E, tanto per mettere in chiaro le cose, non sarò certo io a smentire questa impressione: il romanzo del bravissimo John Wiswell è davvero qualcosa di eccentrico, peculiare, pazzesco… ma si dà il caso che sia anche dolcissimo, intimista, commovente, vagamente creepy e una testimonianza diretta della straordinaria sensibilità del suo autore.

Insomma, uno di quei rari libri che non leggi tanto perché la trama ti ispira, o per via dei tropes e delle vibes accattivanti, quanto perché sospetti che riuscirà a lasciarti in eredità un’emozione profonda e duratura


La trama

Shesheshen è una mutaforma, felice di vivere sotto le sembianze di un globo informe in fondo a un maniero in rovina. Soltanto quando il suo riposo viene interrotto da un gruppo di scortesi cacciatori di mostri, inizia a costruirsi un corpo usando i resti dei suoi pasti passati: una catena di metallo a mo’ di spina dorsale, delle ossa prese in prestito come arti, e una trappola per orsi come bocca extra.

A causa dei cacciatori, Shesheshen rimane gravemente ferita. Per fortuna, a prendersi cura di lei provvede Homily, un’umana dall’indole gentile e il cuore gigantesco. Nel giro di poco tempo, Shesheshen si rende conto che Homily potrebbe diventare una splendida co-genitrice; il suo corpo, caldo e accogliente, il “luogo” ideale in cui deporre le sue uova, in modo tale che i loro piccoli possano nutrirsi di Homily al momento della nascita.

Eppure, non appena le due cominciano ad avvicinarsi, Shesheshen si rende conto che divorare la sua ragazza non è un’opzione accettabile.

Ma proprio nel momento in cui Shesheshen sta per confessare la sua identità, Homily le rivela qualcosa di altrettanto sorprendente: anche lei si è messa a caccia di una creatura mutaforma… la stessa che, a quanto pare, in passato ha lanciato una terribile maledizione sulla sua famiglia e decretato la rovina della sua dinastia. Non è che per caso Shesheshen l’ha vista da qualche parte, vero?

Dal momento che Shesheshen non ha maledetto proprio nessuno, toccherà a lei scoprire perché l’abusiva famiglia di Homily pensa che l’abbia fatto. Ma mentre la caccia va avanti, e si fa sempre più letale, la sfida più grande di tutte rimarrà sempre la stessa: imparare, finalmente, a costruirsi una vita insieme – piuttosto che dentro – la donna che ama.


“Qualcuno in cui fare il nido”: la recensione

L’umanità, vista da fuori: da chi umano non è, non sarà mai e non è mai stato.

Quali sarebbero, secondo te, le prime idiosincrasie dell’umanità a saltare all’occhio?

Impossibile prevedere la risposta, ma qualcosa mi dice che potrebbe assomigliare, in maniera scandalosa, a quella punta di mostruosità che, ormai, facciamo sempre più fatica a ignorare perfino dall’interno.

Da parte di John Wiswell, affidare il punto di vista della narrazione alla “creatura mostruosa” Shesheshen – una sorta di “blob” mutaforma, fagocita-carcasse e dotato di uno spassosissimo black humor – si è rivelata senz’altro la scelta vincente.

Non per niente, la protagonista di questa storia è uno dei personaggi non-umani e sprovvisti di cuore più sensibili e umani di cui io abbia mai letto. E se ti sembra un po’ un ossimoro, bè, probabilmente è perché lo è, ma tu prova a leggere “Qualcuno in cui fare il nido” e capirai perfettamente che cosa intendo!

Ora…

Questa nuova pubblicazione targata Ne/oN Edizioni si avvale di una struttura characters-driven; il che vuol dire che non si tratta di una storia, necessariamente, adatta ai gusti del pubblico in senso più largo. Dopotutto, la storia affronta tematiche difficili e si concentra molto sul concetto di trauma, soprattutto nella sua variante generazionale.

I protagonisti, poi, non sono i tuoi classici, avvenenti e ammiccanti eroi da romantasy in cima alle classifiche di vendita del New York Times; sono, semmai, degli adulti complicati, danneggiati, dolorosamente consapevoli delle imperfezioni dei rapporti che ci legano.

Imperfezioni che, in realtà, rendono le nostre relazioni più forti e più autentiche, proprio perché non esiste strumento di guarigione più potente dell’empatia che risiede alla base di ogni (vera) storia d’amore…


Il cozy fantasy con… la pelliccia e i denti!

“Qualcuno in cui fare il nido” incarna l’essenza di un cozy fantasy, letto però dalla prospettiva di una (specie di) viverna: il che vuol dire che, assieme ai fuochi scoppiettanti, alle pozioni e ai cestini ricchi di vivande, potrai aspettarti di trovare al suo interno orde di corpi sventrati, grumi di frattaglie grigiastre pronte a trasformarsi in companion e accoglienti fonti sotterranee traboccanti di resti umani.

A mo’ di aggiunta, un paio dei miei archetipi da villain preferiti: la Madre Soffocante e due Sorelle Sadiche, accompagnate da un intero esercito di soldatini pusillanimi tutti-da-detestare.

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“Make the Season Bright”: la recensione della rom-com natalizia di Ashley Herring Blake


make the season bright recensione - ashley herring blake

Mi sarei mai decisa a leggere “Make the Season Bright“, se non avessi amato alla follia “Delilah Green Doesn’t Care” e il resto della trilogia ambientata a Bright Falls?

Probabilmente no: se esistono due tropes per cui ho sempre provato scarso interesse, sono il “second chance love” e il “childhood friend romance“… E si dà il caso che questa nuova commedia romantica a sfondo natalizio di Ashley Herring Blake tiri pesantemente in ballo entrambi!

Nel complesso, anche se non l’ho proprio divorato, mi sono comunque ritrovata ad apprezzare “Make the Season Bright” per quello che è. Vale a dire, una tenerissima coccola invernale, un classico feel-good book che non evita di macerare in un pizzico di angst, ma che sa anche concedersi tantissima ironia e una valanga di dialoghi brillanti!

Tutto merito dell’autrice, chiaramente, e della sua straordinaria abilità nel tratteggiare personaggi effervescenti e briosi, per cui si rivela sempre facilissimo tifare…


La trama

Sono passati cinque anni da quando Charlotte Donovan è stata mollata all’altare dalla sua fidanzata e, adesso, la nostra eroina se la cava alla grande! Certo, la sua distante madre continua a non chiamarla mai, ma Charlotte può comunque contare sul resto del suo quartetto d’archi, il Rosalind, e sul fatto che la sua vita a New York si sia trasformata in un sogno a occhi aperti.

Bè… più o meno.

Mentre le vacanze invernali si avvicinano, però, la sua amica e collega Sloane convince Charlotte – e il resto del quartetto – a trascorrere il Natale con lei e la sua famiglia in Colorado: un posto sicuramente più tranquillo e accogliente rispetto a Manhattan, che permetterà al gruppo di esercitarsi col violino in attesa di un importante tournée di concerti.

Ma non appena Charlotte arriva da loro, si rende conto che anche Adele, la sorella di Sloane, ha portato con sé un’amica da Nashville… e quell’amica è proprio Brighton, la sua ex storica!

Tutto quello a cui Brighton Fairbrook ambiva era la possibilità di trascorrere un allegro, colorato Natale – e provare a dimenticarsi, anche soltanto per qualche giorno, che la band che lei stessa ha creato ha appena deciso di sostituirla con un’altra cantante. Invece, è costretta a fingere di non aver mai incontrato Charlotte prima d’ora… cosa che si rivela particolarmente difficile, soprattutto quando la madre di Sloane e Adele sembra così determinata a iscriverle entrambe a una romantica competizione di Natale.

Charlotte e Brighton vengono presto risucchiate in una folle girandola di rocambolesche passeggiate a cavallo e fantasiose lezioni di cucina. Eppure, Charlotte si rifiuta ancora di parlare a Brighton. E, dopo quello che ha fatto, Brighton può a malapena biasimarla.

Dopo qualche giorno, però, alcune cose iniziano a tornare loro in mente. Ricordi. Musica. Il modo in cui erano solite suonare insieme – Brighton alla chitarra, Charlotte con il suo violino – e tutto diventa dolorosamente familiare.

Ma è tutto nel passato, adesso, e niente potrebbe sciogliere il ghiaccio che si è formato intorno ai loro cuori… giusto?


“Make the Season Bright”: la recensione

Abbandonare o essere abbandonati dal proprio partner all’altare: intere decadi di rom-com al cinema (e di sit-com in tv) ci hanno insegnato che non c’è davvero modo di tornare indietro da una cosa del genere, giusto? Insomma, una rottura così esplicita, così irrevocabile, deve per forza essere definitiva, no?

Mmm.

Non necessariamente, in realtà: almeno, è quello che prova a suggerirci il super-ottimista “Make the Season Bright” di Ashley Herring Blake; una commedia dai toni ironici e leggeri, che riesce a sfruttare in pieno le sue deliziose vibes invernali per ricordarci che, a Natale, ogni miracolo è possibile. Basta tenere la mente e il cuore aperti e, soprattutto, ricordarsi che la responsabilità della fine di una storia d’amore non risiede quasi mai esclusivamente sulle spalle della persona che decide di andarsene.

Insomma, il gioco di prospettive messo in gioco dall’autrice si è rivelato moooolto intrigante e devo ammettere che, se all’inizio mi aspettavo di biasimare Brighton e di parteggiare a spada tratta per Charlotte, la Herring Blake è riuscita a sfilarmi il proverbiale tappeto da sotto i piedi: perché, in realtà, mi è accaduto l’esatto contrario!

Cioè, non che non abbia afferrato il punto di vista di Charlotte, o che non sia riuscita a empatizzare con la sua backstory (anzi!). Ma, alla fine, è stato soprattutto il personaggio di Brighton, con la sua apparente solarità, le sue insicurezze nascoste e i suoi profondi rimpianti, a suscitarmi un grande senso di tenerezza e a risucchiarmi all’interno della trama…


Il Natale delle seconde occasioni

A livello di ritmo, “Make the Season Bright” è sicuramente affetto da una serie di problemi. O, forse, è soltanto che detesto i flashback in maniera viscerale, e la natura stessa di una trama del genere presuppone un uso massiccio di questa tecnica.

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