“Heretic”: la recensione del divertente horror religioso con Hugh Grant


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Lo ammetto: sono andata a vedere “Heretic” soprattutto perché il mio livello di fedeltà nei confronti delle star di “Yellowjackets“, ormai, sta raggiungendo delle proporzioni davvero difficili da circoscrivere!

Ma anche perché mi entusiasmava l’idea di vedere Hugh Grant alle prese con il ruolo del villain. E, sì, perché il concept alla base di questa ironica semi-commedia horror (diretta dai registi/sceneggiatori Scott Beck e Bryan Woods) mi sembrava particolarmente divertente…

Tirando le somme, sono convinta di aver avuto un’ottima intuizione: “Heretic”, infatti, non soltanto è riuscito a offrirmi un’esperienza visiva dal taglio coinvolgente e originale, arricchita da un cast eccellente e da una scenografia affascinante… ma, in modo quasi inaspettato, devo ammettere di aver trovato la sceneggiatura sorprendentemente stimolante anche dal punto di vista intellettuale!


Di cosa parla “Heretic“?

Sorella Barnes (interpretata da un’intensa e sempre brava Sophie Tatcher, già protagonista della consigliatissima rom-com horror “Companion“) e Sorella Paxton (Chloe East) sono due giovani mormoni dagli obiettivi molto chiari: convincere il maggior numero di persone possibili a convertirsi alla loro fede.

Addestrate al lavoro missionario di “miliziane di Dio”, si presentano porta a porta con la Bibbia in mano e una fede (più o meno) salda nei confronti della loro organizzazione nel cuore.

Un giorno, però, le due ragazze bussano alla porta dell’enigmatico e istrionico Signor Reed (Hugh Grant), un uomo di mezza età che le invita a varcare le porta della sua dimora per approfondire il discorso apostolico.

Per Sorella Barnes e Sorella Paxton, l’esperienza si trasformerà nell’inizio di un terribile incubo. Una discesa nella mente di un uomo brillante e disturbato, che le costringerà a ingaggiare una furiosa battaglia di ingegno e a mettere in discussione tutto ciò in cui hanno sempre creduto.


Heretic“: la recensione

Su una nota personale, devo ammettere di aver trovato il personaggio di Hugh Grant in “Heretic” assolutamente irresistibile. In parte, forse, perché non mi era mai capitato di sentire le stesse argomentazioni che ronzano nella mia testa di atea uscire dalla bocca di un villain da film dell’orrore (un’esperienza esilarante che consiglio a chiunque: di fatto, ho continuato a ridacchiare fra me e me, nella mia miglior imitazione di Winifred Sanderson, almeno fino all’intervallo…).

Ma ciò che rende il tutto davvero indimenticabile, secondo me, è la performance magnetica dell’attore britannico, un perfetto connubio fra l’umorismo macabro di uno Zio Tibia incarognito e la vena sadico-pedagogica del primo Saw l’Enigmista.

Non avrei dovuto aspettarmi niente di meno, probabilmente. Soprattutto dopo aver visto Grant alle prese con l’eccentrico ruolo dell’Umpa Lumpa nel prequel “Wonka” e nei panni dell’assurdo politicante Forge Fitzwilliam in “Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri“…


Something wicked this way comes…

Le due giovani co-protagoniste di “Heretic”, dal canto loro, “assecondano” il flusso con invidiabile scioltezza, e si lasciano guidare dalle imbeccate di Grant senza troppi problemi.

Sul conto del personaggio di Chloe East, non nutro nessuna opinione specifica. E’ funzionale alla storia e mi ha suscitato un considerevole grado di tenerezza, senz’altro. Devo ammettere, però, di non esserne rimasta impressionata in maniera particolare (e infatti, guarda caso, ho trovato il secondo tempo del film infinitamente meno coinvolgente del primo).

In compenso, ogni volta che vedo apparire in un film o in una serie il volto di Sophie Tatcher, mi tornano in mente le brillanti parole lette in un articolo scovato online (e di cui posterei volentieri il link, se soltanto riuscissi a trovarlo!) in cui l’autore affermava che non è corretto etichettare questa promettente attrice americana come una semplice “screen queen“.

Soprattutto quando, ormai, la sua presenza sullo schermo sembra avere una funzione narrativa più simile quella del Corvo Nero nel famoso racconto di Edgar Allan Poe: l’incarnazione vivente di un infausto e sibillino presagio. Un avvertimento speciale rivolto a tutti gli spettatori (o, almeno, a quelli più smaliziati…): a prescindere dall’apparente tranquillità della situazione, qualcosa di oscuro (e potenzialmente traumatico) sta per scatenarsi in scena.

Per cui, trattieni pure il fiato e dimentica i popcorn, amico spettatore …


L’unica luce possibile

Heretic“, con le sue tonalità vittoriane e il suo mefistofelico senso del ritmo, non costituisce certo un’eccezione a questo trend.

Del resto, lo stesso umorismo dark e dissacrante del film non fa altro che aggiungere un ulteriore strato di significato a una narrazione che, di per sé, non fa fatica a creare tensione e a suscitare una forte reazione emotiva da parte del pubblico.

La sceneggiatura, del resto, affronta l’argomento della fede da un punto di vista anticonvenzionale e tutt’altro che banale. Nessuna riflessione trascendentale volta a convertire (o contro-convertire) interviene a minacciare il delicato equilibrio di luci e di ombre intessuto dal film. Eppure, l’universalità del tema e l’intelligenza dei dialoghi contribuiscono comunque a rendere la visione un’esperienza suggestiva e memorabile.

Perfino l’ambiguità del finale piace, perché si sposa bene con il messaggio veicolato della pellicola: no, probabilmente non esiste (non può esistere) alcuna risposta facile ai grandi misteri della vita… Ma, in fondo, non è che siamo costretti a trasformarci in dei grandi sadici nichilisti soltanto per questo, giusto?

E’ fatta di un’altra pasta, la (vera) Umanità.

Tant’è che, a dirla tutta, la scena di chiusura di “Heretic” mi ha anche fatto tornare in mente quella bellissima citazione di “Kitchen” di Banana Yoshimoto) che recita così: «Quanti anni avevo, quando ho capito che su quel sentiero buio e solitario l’unica luce possibile era quella che io stesso avrei emanato?»


Nel labirinto della mente (di uno psicopatico)

Ma non commettere l’errore di pensare che “Heretic” sia un film che si basa soltanto sulla qualità dei suoi temi, dei suoi concetti e del suoi simboli religiosi!

Le scene disturbanti non sono poche, anche se quasi tutte si basano sulla tensione psicologica creata dai conflitti fra i personaggi, e non sul famoso “effetto jumpscares”.

In una recensione di “Heretic apparsa sul sito Medium, l’autrice dell’articolo ci ricorda che il film di Beck e Woods gioca anche molto con il trope del labirinto, «creando una storia in cui ogni scelta che viene data alle ragazze è come un test, che loro inevitabilmente falliranno».

Una sorta di puzzle, che gli spettatori del film vengono incoraggiati a ricomporre insieme alle due malcapitate (seppur combattive) protagoniste femminili del film.

Al centro del rompicapo si staglia, evidentemente, una delle possibili risposte alla famosa domanda al centro delle ossessioni di Reed: qual è l’unica, vera religione? E, insieme a essa, forse, anche una via di fuga dalla rete di tranelli e illusioni escogitata dal machiavellico erudito.

Ma fidati di me, quando ti assicuro che ci vorrà ben altro, per scrollarsi di dosso la sottile inquietudine e la suspense mozzafiato evocate dalle scene più suggestive del film…


Cosa vedere dopo “Heretic“?

  • Speak No Evil” (2024)
  • Barbarian” (2022)
  • Trap” (2024)
  • Longlegs” (2024)

E tu? Cosa ne pensi della mia recensione di “Heretic“?

Hai già visto il film con Hugh Grant, Sophie Tatcher e Chloe East? Qual è il tuo film/libro horror religioso preferito? 🙂


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